T e la sua mamma per la prima volta sul tatami

Una signora dall’aspetto semplice e curato che sembra trasudare “timore” entra mano nella mano con un bambino dai capelli rossicci e viso chiaro lentigginoso.

“Buongiorno Maestra. Sono la mamma di T. ci siamo parlate tempo fa si ricorda, lo so è passato un po’ di tempo ma alla fine ho deciso di provare, lei è ancora disponibile sapendo cosa ha mio figlio?”

“Buongiorno. Mi ricordo bene di lei e sono lieta di conoscerla di persona, non solo sono disponibile signora sono felice di darmi e darle una possibilità, di fare un tentativo; mi rassicuri, lei lo vuole veramente? Perché il suo appoggio sarà determinante”. Il coinvolgimento umano è verità, nessuno è esperto è tuttologo piuttosto tutti siamo in evoluzione continua.

Mentre parliamo non manco di osservare T. che ruota gli occhi verso ogni direzione, ogni tanto li ferma mi guarda e poi ricomincia. Qualcosa mi fa ipotizzare che mi sta studiando, sguardi reciproci veloci e intensi.

(foto repertorio personale. Non corrispndente all’articolo)
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Una Lezione speciale di judo con Tommy

“Maestra mio papà non c’è!”.
Parole di Tommy (nome di fantasia), judogi bianco 5 anni capelli corvini e grandi occhi scuri.
Messaggio di un vissuto che esprime un disagio, un trauma. Il trauma è una dolorosa esperienza soggettiva. Non è il tipo di evento più o meno grave a determinarne l’importanza del trauma subito, bensì il percepito personale

Tommy frequenta il corso pre judo accompagnato dalla mamma, il rientro a casa è compito affidato al papà. 
Appare un bambino dal temperamento collaborativo vivace comunicativo. 
Il momento in cui sale sul tatami sembra esser per lui una festa, sorride abbraccia racconta e dedica impegno ed energie all’allenamento. 
…È il momento in cui la lezione volge al termine a richiamare la mia attenzione. Tommy esterna capricci, mostra forte irrequietezza che si accompagna a frequenti episodi di epistassi (sangue dal naso). 

Non è la prima volta che nella mia esperienza professionale incontro il fenomeno ripetuto e/o occasionale di sanguinamento dal naso nei bambini e negli adolescenti. 
Il naso rappresenta il riconoscimento di se stessi, un problema di sanguinamento (esclusi problemi fisiologici certi) potrebbe celare il pensiero di un mancato riconoscimento, da qui una sofferenza interiore.

Mi appresto a rassicurare Tommy, mentre lo medico lui si imbarazza, il judogi è macchiato, cade in un triste silenzio. Guarda ripetutamente fuori dal tatami, cerca qualcosa qualcuno con lo sguardo, non sta fermo, mi abbraccia e: “Maestra mio papà non c’è!”. 
Cosa fare? Tommy è in un vortice di emozioni non positive, non desidero che scenda dal tatami con tristezza dolore rabbia quale ultimo ricordo. Il judo per lui è festa, voglio che questa immagine non si perda nel pianto.

Indosso le sue parole con la mia parte bambina. 
Provo a immaginarmi al suo posto, piccola con il judogi con la gioia di rivedere il mio papà e “papà non c’è!” Che rabbia che tristezza quanto tempo è che lo aspetto! Lo cerco con gli occhi, non lo vedo. Mi ha abbandonata!
Pochi secondi per tornare “piccola” tante immagini per provare ad aiutare Tommy.

“Hai ragione Tommy, è vero, il papà non c’è, non è ancora arrivato. So che lavora tanto e poi corre subito da te e quando ti vede è tanto felice!” 
Risposta che accoglie la sua triste osservazione tuttavia non è sufficiente. 
“Perchè non c’è Maestra, non è vero che è felice?”.
I bambini sono piccoli non “stupidi” credono se vedono. 

Impercettibile per noi adulti il passare di un minuto più o di un minuto in meno non altrettanto è cosi per i bambini, per Tommy.
I bambini non hanno la percezione del tempo reale, per loro un tempo “vuoto” un tempo “soli” rappresenta un abbandono. Il vuoto può essere una dilatazione temporale “grande e potente”.
Il pensiero che Tommy potrebbe nascondere nello sguardo nel corpo: “papà mi ha lasciato solo, non c’è!”
La sua agitazione, l’irrequietezza, il pianto il sangue dal naso possono dire tutto questo. 
Non c’è la mente che pensa e il corpo che agisce sono una cosa sola e insieme parlano.

Fermata l’epistassi durata meno di due minuti decido di tentare: 
“Tommy sai cosa facciamo? Io e te prepariamo subito un esercizio di judo nuovo da far vedere al tuo papà. Siamo fortunati sai, abbiamo tempo per preparlo così sarà una bella sorpresa. Ti va?”. 
“Maestra ma adesso mi sono sporcato di sangue”. 
Non smette di stupire! Quanta attenzione nei suoi soli 5 anni quanta disciplina. Il judo c’e! 
“Tommy adesso ti presto una giacchetta vuoi? La tua tornerà bella per la prossima volta con l’aiuto della mamma”.
Tommy sorride, corre a sciacquare il viso, torna sul tatami e: “si Maestra ma facciamo in fretta prima che arrivi il mio papà!”

E così per Tommy una mancanza si trasforma almeno in quel momento in una condizione di vantaggio e soprattutto torna la gioia! 
Il piccolo judoka senza forse saperlo ha utilizzato un importante insegnamento del judo: quando si cade ci si rialza con il sorriso e si ricomincia. 
Come tecnico invece ho utilizzato l’abilità di osservare, di trovare soluzioni, di agire in “pochi secondi” maturata in tanti anni di pratica del judo e di professione. 
Tommy piano piano nel tempo ha ridotto i momenti di pianto e gli episodi di sangue dal naso si sono interrotti. 

Il sangue rappresenta energia vitale che fluisce liberamente per tutto il corpo. La perdita di sangue secondo la psicosomatica può indicare una perdita momentanea di gioia e di entusiasmo e può sottendere un messaggio di convinzione di non valere nulla, senso di rifiuto, di abbandono, bisogno di riconoscimento e di amore.
Tommy nel tempo crescendo imparerà ad attribuire significato reale ai suoi vissuti, oggi per lui dobbiamo farlo noi adulti. 
Il percepito di abbandono provato nella lezione è stato sostituito con la gioia di preparare una sorpresa per il papà.

A proposito…
non è stato semplice inventarmi per mesi e mesi un esercizio nuovo per il “papà”, tuttavia il sorriso di Tommy mi ha regalato la sensazione di non percepire il passare del “vero” tempo … proprio come lui, come se fossi una bambina! 
Il judo anche in questa avventura si è rivelato l’amico prezioso presente e insostituibile.

Dr.ssa Loredana Borgogno
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Il judoka che vuole cambiare il mondo

Giulian (nome di fantasia) ha quasi 6 anni e già vuole cambiare il mondo.
La lezione è finita i bambini chiacchierano sono seduti sul tatami, scherzano; Giulian piccolo attento (per lui è la seconda lezione) viene e si prende un abbraccio. 
Si fa avvolgere dalle mie braccia come se un desiderio di affetto nasconda il bisogno di protezione.
“Maestra io faccio judo perchè voglio sconfiggere i cattivi del regno [ …] li ucciderò tutti […] “.. 

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La piccola judoka e il suo NO!

Fa ingresso nel dojo la piccola judoka con ricci lunghi e occhi furbetti. La mamma la accompagna velocemente in palestra lascia che indossi sola il judogi negli spogliatoi la saluta con un bacio fugace: “ciao principessa non fare la peste come sempre” …e di fretta va via, ahimè il tempo non è dalla sua parte. Una routine che si ripete ad ogni lezione.
La piccola ricciolina non appena sale sul tatami sembra trasformarsi in una lupacchiotta pronta a fare dispetti a tutti, indifferente a qualunque regola. Uniche parole che pronuncia: “no, non lo faccio!” 
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Quando basta uno sguardo

Scoprire la meraviglia che si cela nella mente dei bambini.
“Facciamo un gioco?”. “Siiiiii”.
Tutto ha inizio così, un giorno qualsiasi, un giorno apparentemente come altri.
Tra tutti quei bambini che mi circondano spuntano due occhioni di un nero profondo due occhioni che vorrebbero dire tanto e che tanto non osano dire. Lei è Mariblù (nome fantasia), la bambina di 7 anni che avrebbe reso quel giorno per me indimenticabile. 

Mariblù è una bambina speciale, non perchè presenta un ritardo cognitivo bensì perchè in lei c è un mondo sommerso che tanto ha da insegnare a me adulta contaminata.
I bambini alzano la mano e uno dopo l altro urlano “giochiamo al calzino … no giochiamo a palla prigioniera … no io voglio giocare al giorno e alla notte …” Mariblù non dice nulla mi guarda, non posso non accogliere quello sguardo e capire che quella creatura mi sta chiamando mi sta chiedendo qualcosa. Cosi le faccio con la mano il segno di avvicinarsi e lei divincolandosi tra piccoli judoka tra cinture di diverso colore arriva e si siede avanti me.
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